lunedì 09 febbraio 2026
Europa svegliati!
All’indomani della lettera aperta dei CEO di Volkswagen e Stellantis, una cosa è chiara: il problema dell’auto europea non è l’elettrico. È l’assenza di una vera politica industriale che accompagni la transizione. Le parole dei vertici dei due gruppi non sono un atto di difesa corporativa, ma il segnale – tardivo ma lucido – che l’Europa sta chiedendo all’industria di cambiare senza costruire il contesto per farlo. Target ambiziosi, regole stringenti, scadenze ravvicinate. Ma sul tavolo mancano ancora gli strumenti fondamentali. Se l’UE vuole restare un polo automobilistico – e non trasformarsi in un grande mercato di consumo per tecnologie prodotte altrove – deve agire subito e in modo concreto, su alcune leve precise. La prima è la domanda. Senza volumi, nessuna filiera regge. Gli incentivi non possono più essere intermittenti, nazionali, scoordinati. Servono misure europee stabili e pluriennali, legate al valore aggiunto prodotto nell’UE. La partita delle flotte aziendali - che valgono la maggioranza delle immatricolazioni - è decisiva: fiscalità, procurement pubblico e leasing devono diventare strumenti di politica industriale, non solo contabile. La seconda è la produzione, a partire dalle batterie. Le gigafactory europee sono fragili non per mancanza di tecnologia, ma per un business case ancora troppo esposto. Senza strumenti finanziari che accompagnino la fase di avviamento, il rischio non è il ritardo: è la cancellazione dei progetti. E con essi, della sovranità industriale. Terzo: le materie prime. L’Europa parla di diversificazione, ma fatica a trasformare gli obiettivi in contratti, accordi, catene di fornitura reali. Senza accesso sicuro a litio, nichel, grafite, la transizione resta teorica. Qui non servono strategie, ma esecuzione. Quarto: la ricarica. Le regole esistono, ora vanno applicate. Un’infrastruttura disomogenea, incerta, con esperienze d’uso imprevedibili frena la domanda e penalizza i costruttori europei due volte: sul mercato e sui costi. Poi c’è il tema che la lettera dei CEO sfiora appena, ma che è forse il più critico: software e piattaforme digitali. Senza un progetto europeo condiviso su architetture, semiconduttori e competenze, l’industria rischia di restare eccellente nell’hardware e dipendente sul software. Un paradosso insostenibile nel mondo dell’auto elettrica. Infine, le persone. La transizione riduce manodopera in alcune aree e ne richiede di nuova in altre. Senza un piano serio di riqualificazione e tutela territoriale, il costo sociale diventerà rapidamente costo politico. La lettera aperta di Volkswagen e Stellantis pone una domanda semplice: l’Europa vuole ancora produrre automobili? Se la risposta è sì, allora servono meno dichiarazioni d’intenti e più scelte operative. Perché la concorrenza globale non aspetta il prossimo regolamento, e il tempo per correggere la rotta non è infinito. L’auto europea non è in crisi perché cambia tecnologia. È in crisi perché cambia senza strategia. E questa, oggi, è una responsabilità politica prima ancora che industriale.